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“Il Mondo che Verrà”

Tratto dal libro di Claudio Naranjo


Cambiare l’educazione
per cambiare il mondo

Verso una società sana

Potrei limitarmi a dire che la fonte di tutti i mali della società che ci ha portato alla crisi attuale è la nostra limitata capacità per le relazioni umane salutari. Non mi si negherà che sia la nostra limitata capacità di amare o se vogliamo, la nostra limitata capacità di obbedire al comando cristiano di amare il nostro prossimo come noi stessi ciò che ci impedisce di mantenere relazioni davvero fraterne con chi ci circonda, e sembrerebbe sufficiente riconoscere che il limite della nostra capacità di amare genera una società malata con tutto il suo seguito di problemi secondari.

Ma possiamo rendere più precisa la nostra diagnosi se ci concentriamo più esattamente su ciò che si frappone tra noi e la nostra capacità di agire fraternamente: la parola “patriarcale” ci invita a pensare che la ragione per cui sbagliamo ad instaurare relazioni fraterne, cosi come ciò che ci rende incapaci di amare autenticamente noi stessi, sia la persistenza di vincoli obsoleti di autorità e di dipendenza, laddove la tirannia del paterno si assesta sul materno e il filiale.

Poiché Gesù esorta in primo luogo ad amare il prossimo, amore benevolente, compassionevole e materno. In secondo luogo, prende come elemento di comparazione l’amore verso se stessi, che è un amore per i propri desideri, per la creatura interna o l’animale interiore, un desiderio di felicità diretto verso il nostro essere istintivo equiparabile all’amore erotico o proprio del figlio. E infine Gesù nomina l’amore per Dio, ovviamente un amore di apprezzamento, proprio del padre, che trova giustamente nel sacro la sua massima espressione come amore-adorazione.

Penso che quest’idea di esaminare l’equilibrio tra i nostri tre amori, o forse il suo disequilibrio, possa essere feconda. E che sicuramente intraprendendo tale analisi ci renderemo conto che, quando qualcuno dei nostri amori manca o si vede sottosviluppato, cerchiamo di compensarlo attraverso una ricerca impossibile. Così si può amare Dio disperatamente per compensare la propria incapacità di amare le persone in carne ed ossa o si cerca disperatamente la pienezza attraverso l’amore romantico quando ciò che manca è aprirsi di più alla devozione, a sentimenti estetici o alla Gratuità dei valori transpersonali.

Più avanti vi inviterò a discutere tali disequilibri e tentativi compensatori che perpetuano solo una situazione insoddisfacente, e a chiedervi che cosa si può fare per livellare i tre ingredienti della vita amorosa.

Voglio segnalare che neppure quest’ultima idea è mia, ma adottata da un mio compatriota, il poeta e scultore cileno Tótila Albert, sulla cui visione della storia ho scritto in Agonia del patriarcato. Lì ho esposto anche la sua visione di ciò che egli chiamava il “tre volte nostro”, un mondo possibile formato di esseri che abbiano raggiunto quel equilibrio interiore tra le proprie tre parti di “madre”, “padre”, “figlio”. Era, questo abbraccio a tre, intrapsichico, ciò che consideravo come l’essenza della salute e la condizione di esseri umani completi. In colui nel quale si abbracciano il padre, la madre e il figlio con i loro rispettivi amori non ci sarà né la tirannia dell’intelletto, né l’emotività squilibrata, né l’anarchia dell’impulsività e credo d’aver avuto ragione a pensare che solo attraverso la trasformazione individuale di massa potremmo aspirare a un’alternativa alla società patriarcale e ai suoi vizi arcaici.

Penso ci convenga capire come non siamo in equilibrio nell’espressione del nostro potenziale amoroso e, d’accordo con quanto osservato, come dobbiamo cercare il modo per rieducarci individuando le esperienze, le influenze e i compiti che possano condurci a superare le nostre carenze.

Ecco le riflessioni sull’alternativa alla nostra forma di governo patriarcale. E superfluo dirlo: il governo patriarcale è gerarchico e si cristallizza in catene di potere. Se dobbiamo passare dal dominio del padre assoluto a un equilibrio di poteri tra le tre componenti della nostra natura, ciò significherebbe passare dall’organizzazione gerarchica a un’organizzazione eterarchica della società e della nostra mente.

La forma matristica contrasta con la forma di governo patriarcale. Essa persiste fino ad oggi in alcune culture patrilineari e tribali nelle quali l’autorità si basa sul gruppo o sulla comunità più che su capi carismatici o su esperti.

Non vi è dubbio, tutta via che la maggioranza della gente sia d’accordo sul fatto che negativa non è soltanto la tirannia degli individui, ma anche la tirannia di gruppo, cioè una situazione nel quale il peso della mediocrità o della volgarità si fa sentire sempre di più nelle decisioni che ci riguardano.
Non è importante solo l’equilibrio tra l’esperto e la volontà dei governati: è importante anche che il potere dell’individuo sui propri atti non sia assoggettato, ne dal governo, ne dalla comunità.

Potrebbe ben accadere che in una società di persone risvegliate, la regolazione collettiva permetta che l’autogoverno di ognuno finisca per coincidere in un concerto comune. Solo in un mondo cosi la volontà di ognuno sarebbe congruente con i dettati dell’amore e della saggezza, e ciò porterebbe a reti di solidarietà e di autorità funzionale attraverso le quali l’anarchia si trasformerebbe spontaneamente in eterarchia: tra l’anarchico, le gerarchico e il democratico.

Io preferisco insistere sullo “sviluppo” non possiamo permetterci di continuare a lasciare da parte, come una mera possibilità, quella trasformazione dell’essere umano che di fatto si è data in tutte le epoche. Ciò che in altri tempi fu il destino soltanto di pochi e poté apparire un lusso del passato si presenta ora con caratteri di urgenza collettiva. La crescita del potere di cui l’essere umano può disporre oggi, amplifica gli effetti degli errori che egli commette esercitandolo e ne derivano delle conseguenze inevitabili per una popolazione che minaccia di oltrepassare i limiti di capacità del pianeta.

Lungi da costituire un lusso, una nuova educazione - della persona intera per un mondo totale - è una necessità urgente, ed è anche la nostra maggiore speranza: tutti i nostri problemi si semplificherebbero molto se solo si potesse raggiungere una autentica capacità di amare.

Come diceva Krishnamurti anni fa «la pace individuale è la base sulla quale si stabilisce la pace del mondo»

Claudio Naranjo


Tótila Albert

Conosciuto come scultore in Germania e in Cile, Tótila Albert diede inizio da giovane al suo viaggio interiore che lo trasformò in “uomo di conoscenza” e lasciò dietro di sé una vasta opera poetica in tedesco. Ma più che l’arte, negli anni in cui lo conobbi, gli interessava che la gente capisse il necessario naufragio del mondo patriarcale e il valore salvifico di quello che soleva chiamare “il messaggio dei tre”.

A partire della sua esperienza personale di una morte psicologica e una rinascita spirituale che per lui presero la forma di in viaggio orfico causato dalla morte del padre Albert riuscì a equilibrare i “suoi tre” pensando che la poesia avrebbe potuto aiutare la salute dei rapporti intrapsichici e interfamiliari dei suoi simili.

Si potrebbe dire che nella sua opera e nella sua vita fu centrale la comprensione di ciò che potremmo ben chiamare il “mistero della trinità”, al di là del linguaggio specificatamente cristiano:

la capacità di contemplare tutto in maniera tale che, in ogni processo o cosa, la realtà ci si manifesti con due facce e capendo che tra questi “yin” e “yang” opera un terzo fattore che non è positivo o negativo, ma riconciliante: un “potere del vuoto”.

Tótila Albert vedeva questi nostri tre principi presenti già nella struttura dell’embrione, costituito da tre strati (ectoderma, mesoderma, e endoderma), come nella struttura della famiglia e anche a un livello transpersonale o cosmico – poiché siamo “figli del cielo e della terra” in quanto siamo esseri materiali e mentali, potenzialmente capaci di identificazione sia con il trascendente che con la natura, nostra “madre”. Albert comprendeva la storia come una successione di tappe nelle quali abbiamo dovuto incorrere in successivi e inevitabili disequilibri, che sono stati richiesti dalla nostra sopravvivenza o evoluzione.

Egli immaginava che nella fase più arcaica della nostra evoluzione collettiva vivemmo più che mai in qualcosa di simile a un’anarchia darwiniana, nella quale i più forti e duri poterono superare i pericoli dovuti alla scarsità di cibo. Secondo Albert questa “barbarie” dei nostri remoti antenati nomadi, che si spostavano a seconda della stagione seguendo il sole, nella mitologia antica fu identificata con l’età dell’oro. Egli chiamava il “filiarcato” per l’enfasi posta nei valori della giovinezza (si pensi agli eschimesi che durante le migrazione abbandonavano i genitori anziani e deboli lungo il cammino).

Anche l’organizzazione della società intorno ai valori femminili ( e pertanto al sentimento comunitario) era vista da Albert come un disequilibrio necessario, a differenza di quelle femministe che hanno voluto concepire la nostra tappa matristica come un paradiso.

La rivoluzione patriarcale, dopotutto, sopraggiunse quando una nuova coscienza che combatteva per esprimersi optò per impossessarsi del potere. Già sappiamo attraverso la storia dell’antichità come, per una specie di maledizione del potere, il dominio patriarcale degenerò e si impose fino a trasformarsi nell’attuale autorità, apparentemente anonima, di pochi individui dietro lo schermo delle leggi di mercato.

«Non abbiamo ancora vissuto l’armonia dei nostri Tre» diceva Albert, che per quello che i profeti chiamavano “regno di Dio” preferiva l’espressione il “tre volte nostro”, volendo significare qualcosa come “la nostra santa realtà trina” - con riferimento implicito al Padrenostro tradizionale.

Durante gli anni della dittatura militare in Cile, venne disgraziatamente distrutto un bassorilievo di Tótila Albert di sette metri di lunghezza, situato sulla facciata di una scuola speciale fondata dal presidente Pedro Aguirre Cerda, nel quale venivano plasmate questa idea e una sua esperienza visionaria, mentre aveva inizio il suo cammino interiore: l’immagine era quella di un condor che vola, con la “ famiglia umana” sulle ali e tra gli artigli:
il padre, sull’ala destra, punta verso il cielo; la madre, sull’ala sinistra, punta verso la terra e il figlio, portato in volo tra gli artigli del condor, punta avanti col dito indice.

Solo molto lentamente ho compreso l’importanza della formula proposta da Albert di un ideale che non contempla solo la pienezza e l’equilibrio, ma la comprensione di questi come una condizione di reciproco “amore a tre”; e man mano che passano gli anni mi pare sempre più rilevante far giungere a terapeuti, educatori e guide spirituali questa desiderata della vita psichica e interpersonale.

Pensiero interrotto: che ci sono un amore che ha a che fare con la madre, un amore che ha a che fare con il padre e un amore che ha a che fare con il figlio. Poiché l’amore-desiderio è più caratteristico del figlio nella triade originale, l’amore che si compiace nella soddisfazione dei propri desideri è un amore che ci accompagna da quando siamo nati e potremmo dire che è il bambino o la bambina che è in noi che persegue la soddisfazione dei propri bisogni e cerca la propria libertà.

L’amore desiderio è un amore che si focalizza sull’Io.
L’amore di madre si dirige al Tu.
L’amore transpersonale amore per l’ideale o per il divino allude alla relazione con l’Egli.

Pare allora che questi tre amori abbiano a che vedere con i nostri tre cervelli. Con il cervello istintivo l’Eros, con il cervello emozionale o medio (che è il cervello mammifero) l’ágape, e con il cervello propriamente umano, o corteccia cerebrale, l’amore valorizzante che guarda al cielo (a differenza dell’amore istintivo che guarda la terra o l’amore materno che guarda ai cuccioli).

Io, sento profondamente la verità dell’ultimo verso della Divina Commedia che ci parla dell’amor che move il sol e l’altre stelle: ha senso, infatti, concepire l’amore come la forza centrale non solo dell’umano, ma della creazione universale.

Claudio Naranjo.

Simbologia del condor delle Ande - IL Mondo Che Verra

Un condor che vola, con la “ famiglia umana” sulle ali e tra gli artigli:
il padre, sull’ala destra, punta verso il cielo; la madre, sull’ala sinistra, punta verso la terra e il figlio, portato in volo tra gli artigli del condor, punta avanti col dito indice.
Questo testo, appena l’ho letto ha suscitato in me un emozione, ho sentito un collegamento con un immagine che mi apparteneva, in quel istante, ho deciso che quella immagine sarebbe diventata il logo dell’associazione “Il Mondo che Verrà”. Trovare la persona che potesse trasformare questo pensiero in disegno è stato fondamentale e ringrazio di cuore Erika Colavizza per avere saputo interpretare e rappresentare questo mia descrizione e renderla cosi piacevole.
Il condor delle Ande è il più grande degli uccelli, questo rapace preferisce vivere nelle alte montagne dai 2000 ai 6000 m di altitudine.
Il condor è un simbolo di libertà, vola al di sopra di limitazioni ed ostacoli, è simbolo di elevazione spirituale e di comunicazione con la sfera del sottile.
Il condor è simbolo del potere creativo, è l’incarnazione della filosofia eterna. Il suo volo maestoso è il processo stesso della vita, dell’eternità creatrice, delle opere della vita che sono fatte di nascite e di morti.
Il condor è l’uccello che più si può avvicinare al sole, mantenendo lo sguardo in direzione del sole, riesce a guardarlo e perciò è un simbolo solare, l’occhio del condor è il sole, simboleggia la luce occulta dei spazi vuoti. È il maestro del tempo, dei temporali, dei lampi inoltre è la saggezza, le nuove visioni e l’illuminazione.
Il condor è certamente il re degli altipiani, ma anche un umile servitore, un semplice giardiniere, è lo strumento dell’arte di rinnovarsi, della pulizia, della purificazione.
Nuove produzioni necessitano di nuovi spazi resi fertili dal disintegrarsi di quello che è vecchio.
Saggezza, prudenza, calma, ponderazione, discrezione, visione, intenzione, profezie, messaggio del divino sono gli altri attributi di questo uccello.

Più vicino a noi, e più semplicemente, questa immagine simboleggia il potere creativo del nuovo Essere che ha in sé tutte le potenzialità per un suo sviluppo equilibrato e armonioso. Accompagnato dalla madre, guidato dal padre, sostenuto da entrambi, cerca la sua strada guardando avanti alla scoperta di ciò che non si è ancora manifestato, ma ha in se la possibilità di realizzarsi.
La conoscenza di sé per arrivare alla massima espressione dei suoi talenti, mettere la sua conoscenza e la sua saggezza a disposizione del processo creativo e dell’evoluzione dell’essere
umano e del mondo.
                                                                  Luana Sicco